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Padre Dino Tessari, cinquant'anni con il Sud del mondo

Padre Dino, cinquant'anni tra i giovani del mondo

Il Cesvitem festeggia il cinquantesimo anniversario dell'ordinazione sacerdotale di padre Dino Tessari: una vita dedicata alla missione e ai giovani, che ha segnato anche la storia della nostra associazione.

Tra le tante immagini che negli anni si sono accumulate nell’archivio fotografico del Cesvitem, ce n’è una che ci sta particolarmente a cuore. Risale a ventisei anni fa e vi è ritratto un gruppo di bambini indonesiani, i beneficiari del nostro primo progetto di sostegno a distanza. Assieme a loro, con il suo inconfondibile sorriso, c’è padre Dino Tessari, un amico davvero speciale della nostra associazione. È uno dei missionari assieme a cui abbiamo mosso i nostri primi passi, una delle persone che ci hanno letteralmente aperto le porte del Sud del mondo. Per questo è davvero con gioia che ci stringiamo a lui per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 7 dicembre 1967 a Spinea, il suo paese natale in provincia di Venezia.

Quella di padre Dino è stata ed è una vita sacerdotale interamente dedicata alla missione, all’interno dell’ordine degli Oblati di Maria Immacolata. Con un’attenzione, costante e profonda, per i più giovani, “la speranza di ogni comunità”. Ha iniziato in Italia, tra Veneto, Lombardia e Lazio. Poi in Svizzera. E infine nelle periferie del mondo. “Per sei anni - racconta padre Dino - sono stato procuratore delle missioni affidate agli Oblati: ho girato il mondo e ho avuto l’opportunità di conoscere lo straordinario lavoro dei miei confratelli in Uruguay, in Brasile, in Senegal, in Sri Lanka e in Thailandia. Li ho visti accanto ai poveri e agli ultimi, sempre pronti a far qualcosa per il loro bene e per il loro progresso umano e sociale. Ho visto la loro gioia nell’evangelizzazione per fondare comunità vive, missionari e capaci di essere per gli altri fonte di attrazione”.

Ma l’esperienza che ha segnato più in profondità la vita di padre Dino sono stati i vent’anni passati in Indonesia, nella foresta del Borneo, a fianco delle comunità dayak. Luoghi remoti, lungo grandi fiumi pieni di rapide e pericoli, dove sono state scritte anche le prime pagine dell’impegno del Cesvitem. Padre Dino ama ricordare un episodio che riassume tutto il senso della sua esperienza. “Un pomeriggio una persona arriva di corsa e mi dice “Padre, nel villaggio di Antutan c’è una persona che desidera parlarti, è urgente!”. Sentivo che questo invito era un messaggio importante per me, ma mi faceva paura il fatto che per arrivare a quel posto ci volevano due giorni di navigazione su una piccola piroga, con le pareti alte non più di 30 centimetri dalla superficie dell’acqua. Decisi comunque di andare e con l’aiuto di un buon piroghiere giungemmo al villaggio, un gruppetto di palafitte. Arrivato alla casa in cui ero atteso, mi indicarono una porticina. La aprii e il primo istinto fu quello di scappare: in mezzo alla stanzetta c’era un giovane con la lebbra in stato avanzato, i piedi corrosi e la faccia irriconoscibile. Era in mezzo alla sporcizia, perché i parenti si limitavano a gettarli da lontano del riso, come si fa con i cani. Mi feci coraggio e pulii quella stanza nauseabonda e poi, piangendo, cominciai a lavare quel giovane: in quel momento, per me, non c’era alcuna differenza tra quel povero e Gesù. L’ho medicato e gli ho dato le medicine e così per tante volte finché la lebbra non scomparve. Un giorno, arrivato al porticciolo del villaggio, me lo sono visto arrivare di corsa con le stampelle, con il sorriso più bello del mondo: era guarito”.

Da quel momento i giovani sono stati il punto di riferimento di padre Dino. “Ho cercato di farmi tutto a tutti, costruendo scuole e piccoli dispensari e, soprattutto, amando la gioventù per renderla speranza per la loro gente. Tra quei giovani ci sono ora medici, infermieri, sacerdoti, capi della comunità e anche deputati del governo regionale”. Auguri padre Dino. E, ora come trent’anni fa, grazie.

Notizia del 07/12/2017


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